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Coronavirus, i consigli dell’ISS per la sicurezza alimentare

Dal campo alla tavola.

Produzione, commercializzazione e consumo degli alimenti: le indicazioni dell’ISS per farlo in sicurezza sono consultabili nel rapporto tecnico “Indicazioni ad interim sull’igiene degli alimenti durante l’epidemia da virus SARS-CoV-2” realizzato dal Gruppo Sanità Pubblica veterinaria e Sicurezza alimentare e appena pubblicato on line.Il documento è dedicato, infatti, sia agli operatori del settore alimentare che devono seguire la corretta igiene nella produzione primaria, controllare e tracciare i prodotti, dare informazioni al consumatore attraverso una idonea etichettatura, sia ai consumatori che devono seguire regole precise in ambito domestico di igiene, conservazione e consumo degli alimenti.Tra le indicazioni dell’ISS si raccomanda anche al personale operante negli esercizi di vendita di attenersi in modo scrupoloso alle buone pratiche igieniche che devono comprendere anche la gestione delle pulizie, il controllo degli accessi nei supermercati, la distribuzione di prodotti igienizzanti per le mani.Anche il consumatore deve seguire una serie di misure che riguardano la sistemazione della spesa, il lavaggio delle mani, la separazione dei prodotti crudi e di quelli cotti nel frigorifero, la disinfezione delle superfici di casa illustrate in un’infografica dedicata.Fra l’altro L’Iss ricorda che secondo gli studi disponibili, “SARS-CoV-2 risulta efficacemente disattivato dopo 5 minuti di esposizione a comuni disinfettanti quali soluzioni a base di cloro allo 0,1%, etanolo al 70% o ad altri disinfettanti quali clorexidina 0,05% e benzalconio cloruro 0,1% . Relativamente alle condizioni esterne di temperatura, SARS-CoV-2, come altri coronavirus e come gran parte dei virus, risulta stabile alle temperature di refrigerazione (+4°C), con una riduzione totale del virus infettante – in condizioni ottimali per la sua sopravvivenza come quelle sperimentali di laboratorio – pari a circa 0,7 log in 14 giorni. A temperatura ambiente, di contro, SARS-CoV-2 mostra una minore stabilità e virus infettante può essere rilevato fino a 7 giorni a 22°C o fino a 1 giorno a 37°C. Infine, SARS-CoV-2 mostra, nei confronti delle temperature rilevanti per i processi di preparazione dei cibi (cottura e mantenimento dalla temperatura nelle attività di ristorazione), un comportamento analogo a quello di altri Coronavirus come SARS e MERS, non essendo possibile rilevare virus infettante dopo 30 minuti a 56°C e dopo 5 minuti a 70°C”.
Fonte: askanews.it

Oculisti Soi: troppe ore fra pc e smartphone, ragazzi rischiano miopia

Piovella: 30 secondi di stop ogni 20 minuti mantiene occhio in forma.

Preferire il computer allo smartphone, lubrificare regolarmente gli occhi con le lacrime artificiali ma soprattutto fermarsi ogni 20 minuti davanti a uno schermo e distogliere lo sguardo per almeno 30 secondi e, non appena termina la quarantena, passare più tempo possibile all’aria aperta: 2 o 3 ore verso le 12.Sono alcune delle raccomandazioni di Matteo Piovella, Presidente della SOI – Società Oftalmologica Italiana, per contrastare l’insorgere della miopia nei bambini. Il momento più delicato è quello tra gli 8 e i 13 anni, l’età dove normalmente si sviluppa il difetto visivo più diffuso, che arriva a interessare circa una persona su quattro nel mondo occidentale, con punte di incidenza molto alte nel mondo orientale. Il problema rischia di acuirsi con l’epidemia da coronavirus e la prolungata quarantena che ha fatto lievitare il numero di ore trascorse davanti ai monitor, complice anche l’avvento della didattica a distanza. Del resto, è ormai un dato di fatto che i nostri occhi rispondono a migliaia di stimoli digitali, e recenti studi hanno dimostrato che la maggior parte delle persone trascorre in media 8-10 ore (con picchi fino a 15 ore) guardando schermi a distanza ravvicinata. Ma è nell’età dell’evoluzione che si possono attuare importanti strategie per prevenire questo disturbo.«I bambini che stanno meno all’aria aperta, come accade purtroppo oggi, sono più predisposti a far progredire la loro miopia – sottolinea Piovella -. Per questo è fondamentale, quando si svolge un’attività da vicino, come ad esempio l’utilizzo di computer o videogiochi, ogni 20 minuti fermarsi per circa 30 secondi, distogliere gli occhi dallo schermo, per fissare lo sguardo all’infinito in lontananza e rilassare la messa a fuoco prima di ritornare a lavorare. Nei bambini la messa a fuoco è automatica e il mantenere questa tensione ininterrottamente, senza fare piccole pause di 30 secondi, sembrerebbe collegato con l’aumento della miopia». «Voglio sensibilizzare in primo luogo gli insegnanti, soprattutto in questo periodo di scuola telematica – continua Piovella -. Si tratta ormai di indicazioni consolidate, verificate e validate a livello internazionale. Nella didattica a distanza per i bambini è ovviamente fondamentale anche ridurre le ore rispetto al normale orario scolastico e comunque prevedere degli intervalli, in particolar modo nei ragazzi dagli 8 ai 12-13 anni, l’età in cui normalmente si sviluppa la miopia».Il problema della miopia è purtroppo diventato un problema endemico: nei paesi asiatici – sottolinea l’esperto – negli ultimi 15 anni ci si sta avviando verso il 100% di ragazzi miopi, e in Europa i numeri stanno molto aumentando. Per questo Piovella raccomanda prevenzione e controllo. «Non appena potremo uscire – continua – dovremo fare in modo che i nostri ragazzi possano trascorre 2-3 ore al giorno all’aria aperta, quando possibile, specialmente nell’orario intorno a mezzogiorno perché sembra che la luce naturale del sole abbia una funzione difensiva nell’evoluzione della miopia. Per cui i bambini che stanno meno all’aria aperta, come accade purtroppo oggi, sia a causa dell’emergenza Covid 19 sia per i troppi impegni extra scolastici a cui spesso sono sottoposti, sono più predisposti a far progredire la loro miopia. Ma resta fondamentale andare periodicamente dall’oculista: bisogna fare i controlli suggeriti perché queste visite hanno anche il compito di individuare, man mano che crescono, l’esistenza di piccoli difetti visivi che magari non vengono percepiti nè dal ragazzo nè dai genitori ma possono dare problemi» sottolinea il Presidente SOI
Fonte: askanews.it

Fase 2, geriatri: bene nonni ‘liberi’ ma controllo a distanza

Almeno per gli anziani più fragili.

Sbloccare il lockdown indipendentemente dall’età è un “Fatto molto positivo e logicamente fondato”. Infatti, “non l’età in sé, ma le malattie croniche, più prevalenti in età avanzata, e l’esposizione cumulativa al fumo che condizionano una maggiore vulnerabilità al Covid 19”. A dirlo è Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di prevedere, dal 4 maggio, qualche concessione agli spostamenti anche per gli anziani.“Non pochi anziani godono di salute invidiabile, così come non pochi adulti o giovani hanno la salute minata da importanti malattie croniche – aggiunge Antonelli Incalzi – . Inoltre, il protratto confinamento riduce l’esercizio fisico, che è a tutti gli effetti un ‘farmaco salvavita’ negli anziani. Non è forse un caso che negli ultimi due mesi le morti per infarto siano aumentate del 40%”. Secondo i geriatri, più che la paura del contagio in ospedale e, più in generale, del venire meno della comune procedura di assistenza, è molto più verosimile che vi abbia concorso la mancanza dell’esercizio, che ha un effetto anti-infiammatorio, migliora il metabolismo glucidico, ha ripercussioni favorevoli sul tono dell’umore e sulle capacità cognitive.“Nei malati con demenza – precisa – il confinamento sta avendo effetti drammatici, con frequente inversione del ritmo sonno-veglia e accresciuto fabbisogno di anti-psicotici per porre un freno all’agitazione psicomotoria. Per questi e per tanti altri motivi sarebbe stato illogico continuare a tenere gli anziani confinati in casa, come pure da varie parti si suggeriva”.Quali regole si possono seguire? Per il Presidente SIGG, “fermo restando il rispetto scrupoloso delle prescrizioni di protezione individuale, in zone a maggiore rischio di contagio i soggetti più vulnerabili dovrebbero avere cura di uscire allorché sia più bassa la densità di persone in strada e, per quanto possibile, evitare luoghi che, pur in presenza delle misure di distanziamento, possano presentare una densità di presenze maggiore. Contestualmente, vanno mantenute da parte di tutti le norme di igiene individuale e ambientale che abbiamo imparato e che dovrebbero divenire ‘automatiche’ nei nostri comportamenti”. Antonelli Incalzi chiede al Governo e alle Regioni di “prevedere l’ausilio di un sistema di monitoraggio remoto degli anziani più a rischio, per cogliere tempestivamente l’eventuale esordio di Covid-19 e soprattutto prevenire l’aggravamento delle patologie croniche. I soggetti da monitorare – spiega – potrebbero essere scelti secondo i criteri di selezione degli anziani a rischio durante le ondate di calore estivo. Il monitoraggio può avvalersi di vari strumenti tecnologici di agevole uso e andrà affidato ai medici di medicina generale con il supporto dei geriatri per le situazioni più problematiche e con un variabile apporto di personale infermieristico”.
Fonte: askanews.it

IIT: robot per telemedicina da costruire in ospedale a 1000 euro

Materiali comuni e software gratuito: già in uso in tre strutture.

Non c’è bisogno di grandi investimenti o procedure complesse per usare i robot per assistere i malati ricoverati con Covid-19: i componenti – tra i quali un aspiratore due cellulari – sono oggetti acquistabili su tutte le principali piattaforme di commercio on line per circa mille euro, e il software la vera anima del robot per la teleassistenza, lo mette a disposizione gratis IIT, l’Istituto italiano di tecnologia.Il minirobot consente di prestare ai ricoverati in isolamento assistenza di base, dalla consegna dei farmaci ai consulti, e anche di rendere facilmente accessibili i contatti e le relazioni – per quanto a distanza – tra i pazienti e i parenti. I primi tre robot sono già attivi nell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, nell’a Azienda USL Toscana Nordovest di Massa-Carrara e nel Centro Polivente Anziani Asfarm di Induno Olona, rivelandosi preziosissimi per ridurre i rischi di contagio degli operatori sanitari.Il minirobot è il cuore del progetto LHF-Connect di IIT che prevede di mettere a disposizione delle strutture sanitarie tutte le istruzioni per la costruzione del presidio di telepresenza. Il software che guida e gestisce il minirobot è stato sviluppato da un team di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) in collaborazione con l’Università di Pisa, ed è rilasciato in open source anche sulla piattaforma TechForCare.com recentemente lanciata dall’Istituto per la Robotica e le Macchine Intelligenti (I-Rim) e Maker Faire Rome; e proprio la comunità dei makers italiani offre il supporto a quanti hanno bisogno di assistenza nella fase di assemblaggio.Tecnicamente LHF-Connect è costituito da una base mobile realizzata modificando un’aspirapolvere robotico commerciale, da un piedistallo e due cellulari o tablet. Il software sviluppato dal team IIT e Università di Pisa permette la supervisione del robot da parte di un operatore remoto, rendendolo così in grado di raggiungere i letti dei pazienti ricoverati in isolamento. Quando la connessione tra il paziente e il medico o il parente è stabilita, il pilota volontario abbandona la comunicazione per garantire la privacy. Il robot è dotato di una intelligenza artificiale che ne aiuta la navigazione, ma viene supervisionato a distanza da una persona che gli impartisce gli ordini. Al momento il robot viene utilizzato con l’assistenza remota di ricercatori o di operatori sanitari, ma il progetto prevede di istruire i volontari che offriranno alcune ore per guidare a distanza i robot nei reparti Covid-19 che li richiedono, aiutando il personale sanitario già sovraccarico di attività. I volontari possono dare la propria disponbilità sul sito del progetto. Qualsiasi struttura sanitaria che abbia bisogno di questa specifica soluzione può collegarsi al sito www.lhfconnect.net dove, oltre a poter vedere il robot in azione, sono disponibili tutti i disegni, il software e le istruzioni per chiunque voglia replicare il dispositivo. Questa e altre iniziative saranno anche presenti sulla piattaforma TechForCare.com e sul sito istituzionale dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). (https://www.iit.it/iit-vs-covid-19).‘Abbiamo parlato molto con i medici ed il personale sanitario, e abbiamo scoperto che non c’era bisogno di ‘rocket science’ per essere veramente utili, oggi e dovunque serva, in questo momento di emergenza. Ci è stato detto che un semplice robot di telepresenza sarebbe stato di grande aiuto per gli operatori, continuamente esposti a rischi di contagio, e per i ricoverati in reparti Covid-19, che rimangono isolati per settimane senza poter avere contatti con le proprie famiglie – racconta Antonio Bicchi, ricercatore IIT, professore all’Università di Pisa e Presidente di I-Rim – Il nostro obiettivo è dare ora il nostro contributo per la gestione delle strutture ospedaliere e un leggero sollievo ai ricoverati e alle loro famiglie. La ricerca italiana in Robotica, che è una delle più forti al mondo, continua intanto a preparare il futuro’. ‘Il progetto LHF-Connect offre grandi opportunità ai pazienti affetti da Covid-19, alle persone che vogliono essere loro vicine ed al personale sanitario, duramente impegnato in questa situazione di vera emergenza -dice Mauro Ferrari, professore di Chirurgia e Direttore del Centro ENDOCAS dell’Università di Pisa – Le potenzialità del progetto, tuttavia, si potranno sviluppare oltre i confini di questa fase e saranno utilissime per disegnare una assistenza sanitaria molto più improntata sull’uso della telemedicina. Per questo, sia la Direzione Aziendale, sia i medici già coinvolti nel progetto hanno manifestato interesse e grande disponibilità’. Il progetto LHF, di cui LHF-Connect è il primo prodotto, prende il nome da ‘Low Hanging Fruits’ cioè quei frutti della ricerca robotica più avanzata svolta negli anni passati, e che sono oggi a portata di mano per una applicazione vasta e immediata. Nell’emergenza Covid-19, i ricercatori del progetto LHF hanno raccolto le necessità delle strutture ospedaliere e pensato a soluzioni rapide e realizzabili con oggetti commerciali di largo consumo, collaudati e disponibili facilmente, in breve tempo e con una spesa ridotta. Questo progetto ha potuto svilupparsi anche grazie all’azienda iRobot, la casa madre di Roomba – il robot aspirapolvere più diffuso e prodotto in milioni di esemplari – che ha concesso al progetto tutto italiano LHF-Connect di accedere alle proprie librerie software usandole e modificandole. Il progetto LHF è libero da ogni interesse commerciale e aperto all’utilizzo di qualsiasi prodotto possa essere utile.Il primo robot assemblato è ora operativo nelle corsie dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana (AOUP) a Cisanello e permette al personale sanitario di controllare i pazienti ricoverati affetti da Covid-19 in remoto e di connetterli con le loro famiglie e amici attraverso le video chiamate, per alleviare i lunghi periodi di degenza. Altri test sono stati fatti nel Nuovo Ospedale Apuano della Azienda USL Toscana Nordovest. La tecnologia consente inoltre di prestare forme di assistenza di base come la consegna dei farmaci, diminuendo l’esposizione del personale sanitario al virus e riducendo la possibilità di contagio.In particolare il dispositivo è stato testato, sia in reparti Covid-19 che di terapia intensiva e sub-intensiva, mettendo in comunicazione una paziente ricoverata in corsia e i suoi familiari, che dal momento del ricovero non avevano avuto la possibilità di vedersi. La procedura è avvenuta senza rendere necessaria l’esposizione del personale medico. Durante la sperimentazione si sono valutate anche le procedure per la sanificazione del dispositivo e sono state studiate le modalità per garantire la massima protezione della privacy.Si sono inoltre sperimentate le potenzialità nel campo della telemedicina effettuando un consulto a distanza in un reparto di terapia intensiva tra il direttore del Dipartimento di Anestesia e rianimazione dell’Aoup Fabio Guarracino e un paziente intubato. Il medico ha osservato i monitor e interloquito con l’infermiere che assisteva il paziente. L’utilizzo di LHF-Connect ha consentito di ridurre sensibilmente i tempi complessivi del consulto, poiché non si è resa necessaria la fase di preparazione e vestizione del medico, e di limitare l’esposizione del personale al rischio di contagio. Inoltre il consulto può avvenire a distanza, anche da una città all’altra, aprendo la strada a molte numerose applicazioni. Un terzo robot, assemblato autonomamente seguendo le istruzioni del progetto, è invece operativo presso il Centro Polivalente Anziani Asfarm di Induno Olona (Va), un RSA al momento Covid19-free, grazie alle azioni preventive dei gestori della struttura, dove il dispositivo mette in comunicazione gli ospiti con i parenti e, teloperato dagli operatori della struttura, fornisce assistenza portando quotidiani o medicinali. ‘Quando si sarà allentata la pressione sui ricoveri per Covid-19, che stiamo già osservando da qualche settimana anche nel nostro ospedale – dichiara il direttore generale dell’Aoup Silvia Briani – è naturale che riprendano gradualmente tutte le attività ma niente potrà più essere replicato con le stesse modalità della fase pre-Covid-19 perché ci saranno nuovi standard di sicurezza cui attenersi. Per cui stiamo già lavorando alla cosiddetta ‘ripartenza’ in accordo con le indicazioni regionali e queste potenzialità offerte dal dispositivo, in particolare sulla telemedicina/teleconsulto sono interessanti e meritano quindi di essere testate’. ‘Un progetto concreto che dà un contributo sostanziale nella gestione di questa emergenza che coinvolge ogni ambito della nostra vita, compreso quello affettivo. Ma che soprattutto richiede nuove modalità di intervento in campo assistenziale e medico – commenta il Rettore dell’Università di Pisa, Paolo Mancarella -. Con LHF-Connect facciamo un passo in più verso la Fase 2 e la nostra Università è fiera di aver fatto parte di questo progetto che nasce da una preziosa collaborazione tra pubblico e privato e che conferma, una volta di più, come il nostro sistema Universitario sia un’eccellenza su cui è necessario investire per il futuro del Paese’. Il progetto rientra nell’iniziativa TechForCare, una piattaforma, recentemente lanciata su iniziativa di I-RIM, l’Istituto per la Robotica e le Macchine Intelligenti che riunisce la ricerca accademica più visionaria e l’industria aperta alle tecnologie avanzate e Maker Faire Rome – The European Edition punto di incontro della community dei makers e degli innovatori. TechForCare ha il ruolo di raccogliere le esigenze tecnologiche nate in seguito all’emergenza Covid-19 e connetterle con chi tra Istituti di ricerca e Makers può offrire soluzioni pronte in breve tempo.
Fonte: askanews.it
 

Coronavirus, al Bambino Gesù consulenze a distanza per famiglie

06 6859 2088 il numero per contattare i pediatri dell'Ospedale.

Nel periodo di sospensione delle attività ambulatoriali non urgenti disposto dalla Regione Lazio, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù potenzia i servizi di consulenza a distanza per dare risposte ai problemi di salute dei piccoli pazienti costretti a casa per l’emergenza coronavirus. Pediatri, neonatologi, allergologi, nutrizionisti e psicologi saranno a disposizione, al telefono o via web, per dare informazioni e suggerimenti alle famiglie e soprattutto per verificare che durante la quarantena non vengano trascurate terapie, ignorati segnali di altre patologie o rimandati controlli in Ospedale che invece possono rivelarsi necessari. Potenziati anche i servizi di telemedicina per i malati cronici seguiti dagli specialisti del Bambino Gesù. L’appello della presidente Mariella Enoc: «State a casa con i vostri bambini, ma non rimandate i controlli in Ospedale quando sono urgenti o importanti per altre patologie».Ecco di seguito i servizi attivati. L’ambulatorio pediatrico diventa ‘telefonico’. Al numero 06 6859 2088, dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 19, un team di medici pediatri sarà a disposizione delle famiglie per i bambini e ragazzi con bisogni di salute non urgenti e per i piccoli pazienti che prima dell’emergenza avevano già avviato un percorso di cura presso gli ambulatori e i Pronto Soccorso del Bambino Gesù. Al telefono verranno raccolte e valutate tutte le informazioni, quindi verrà inquadrato il tipo di assistenza più appropriato, comprese, se necessario, valutazioni ambulatoriali o visite specialistiche.

Fonte: askanews.it

Coronavirus, volano acquisti ortofrutta per ricerca vitamine

Prandini: attenzione perché mancano lavoratori per la raccolta

Con l’emergenza Coronavirus gli italiani vanno a caccia di vitamine per aiutare a rafforzare il sistema immunitario contro il virus con la spesa di frutta e verdura delle famiglie che balza del 16% nei supermercati nazionali. E’ quanto emerge da una analisi di Coldiretti su come sono cambiati gli acquisti alimentari delle famiglie, secondo i dati IRI relativi all’ultima settimana rilevata dall’8 al 15 marzo. Una crescita trainata dalla voglia di avere in casa una riserva naturale di vitamine poiché secondo Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi Milano “la miglior alimentazione per il nostro organismo, quella che più potrebbe aiutarlo ad affrontare un’infezione da coronavirus, è quella mediterranea. Consiglio di consumare alimenti ricchi di vitamina B e C, e oligominerali”.Nei supermercati, discount, negozi e mercati – sottolinea la Coldiretti – è corsa all’acquisto di arance, kiwi, mele, pere, fragole ma anche insalate, carote, pomodori, cavolfiori, broccoli, carciofi, asparagi e patate che garantiscono una riserva naturale di vitamine. A preoccupare gli agricoltori – continua la Coldiretti – la difficoltà delle spedizioni all’estero dove lo scorso anno è stata esportata ortofrutta per un valore di quasi 5 miliardi, messi ora a rischio dalle campagne di disinformazione e dai lunghi rallentamenti alle frontiere che danneggiano i prodotti deperibili. Pesa però soprattutto – precisa la Coldiretti – la mancanza di manodopera per i nuovi raccolti arrivati in anticipo per effetto del caldo inverno. Con i vincoli alla circolazione tra Paesi – spiega la Coldiretti – è a rischio più di ¼ del Made in Italy a tavola che viene raccolto nelle campagne da mani straniere con 370mila lavoratori regolari che arrivano ogni anno dall’estero, soprattutto Est Europa come Romania, Albania, Bulgaria e Polonia. Sono molti i “distretti agricoli” del nord dove i lavoratori immigrati rappresentano una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale come nel caso – evidenzia la Coldiretti – della raccolta delle fragole e asparagi nel Veronese, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva, delle mele, delle pere e dei kiwi in Piemonte, dei pomodori, dei broccoli, cavoli e finocchi in Puglia.“Occorre intervenire al più presto per sopperire alla mancanza di manodopera stagionale e non pregiudicare le fornitura di generi alimentari a negozi e supermercati rimasti aperti e per questo occorre prorogare gli attuali permessi per lavoro stagionale in scadenza al fine di evitare ai lavoratori stranieri di dover rientrare nel proprio Paese di origine” chiede il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che peraltro “è anche necessaria una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa consentire da parte di cassaintegrati, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università attività economiche ed aziende sono chiuse e molti lavoratori in cassa integrazione potrebbero trovare una occasione di integrazione del reddito proprio nelle attività di raccolta nelle campagne”.L’82% degli italiani cerca di acquistare prodotti Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio secondo l’indagine Coldiretti Ixè. E per non cadere nell’inganno dei prodotti importati spacciati per Made in Italy è importante verificare sempre l’origine nazionale in etichetta che – conclude la Coldiretti – è obbligatoria per la frutta e verdura e privilegiare gli acquisti direttamente dagli agricoltori nelle aziende o nei mercati di campagna Amica dove i prodotti sono anche più freschi e durano di più. E per venire incontro a queste nuove esigenze dalla Val d’Aosta alla Sicilia gli agricoltori dei mercati, degli agriturismi e delle fattorie degli agricoltori di Campagna Amica hanno attivato anche servizi di consegna a domicilio, per far arrivare sulle tavole degli italiani le eccellenze del territori a chilometri zero con le iniziative visibili sul sito www.campagnamica.it. Comprare frutta e verdura a chilometri zero dal contadino non solo garantisce maggiore freschezza ma aiuta il lavoro e l’economia del territorio #MangiaItaliano.
 

Fonte: askanews.it

Coronavirus, Velotti (Sapienza): rischio “pandemia comportamentale”

L’emergenza sanitaria globale innescata dalla diffusione del Coronavirus e le conseguenti limitazioni alla vita individuale e collettiva riverberano in modo importante sulla sfera piscologica ed emotiva delle persone e quindi sulla società. L’emergenza sanitaria diventa anche emergenza psicologica, cui si cerca di far fronte con servizi di ascolto e supporto gratuito messi a disposizione ad esempio dal Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi così come dalla Società Psicoanalitica Italiana.Un effetto indiretto dell’epidemia globale che Patrizia Velotti, professore associato di Psicologia clinica alla Sapienza Università di Roma e coordinatrice di uno studio internazionale sull’impatto psicologico del Covid-19, definisce “pandemia comportamentale”.“Le pandemie danneggiano gli individui e le società a diversi livelli causando cambiamenti radicali nelle abitudini di vita. Sul piano individuale insorgono comportamenti legati all’ansia, disturbi del sonno e una generale percezione di malessere che caratterizzano la fase dell’epidemia. Ovviamente tutti questi fenomeni impattano diversamente a seconda dello stato di salute precedente all’epidemia stessa. Allo stesso tempo, sul piano sociale si evidenziano diversi esiti. Una delle prime conseguenze – spiega Velotti ad askanews – è la stigmatizzazione delle persone colpite (si pensi allo stigma sociale relativo ai cinesi nella prima fase di questa pandemia). Vi è inoltre l’emergere di preoccupazioni che attivano una spirale di comportamenti che incidono prevalentemente sulle attività economiche (acquisto, vendita, scambi, ecc.). Tutto ciò – sottolinea la psicologa – incrementa la sensazione di panico preesistente connessa alle minacce di pandemia e destabilizza ulteriormente le persone che persistono nella messa in atto di comportamenti prevalentemente orientati al ritiro sociale. Tali comportamenti favoriscono l’accrescersi della crisi economica. Questa situazione – prosegue Velotti – potrebbe essere intesa come una ‘pandemia comportamentale’, caratterizzata dal dilagare di comportamenti disfunzionali rispetto alla ripresa, un effetto indiretto dell’epidemia globale, connessa con la salute emotiva e comportamentale delle persone colpite e delle loro società”.Aspetti che la ricerca coordinata dalla professoressa Velotti – “SPQR – Support People against Quarantine Risks-An international study on the psychological impact of COVID 19” – intende approfondire, attingendo alle informazioni raccolte attraverso la diffusione di un questionario (disponibile sul sito Sapienza https://www.uniroma1.it/it/notizia/unindagine-sugli-effetti-psicologici-dellisolamento-durante-la-pandemia-covid-19-partecipa) rivolto a tutti i soggetti maggiorenni che si trovano oggi a vivere in contesti sottoposti a forti limitazioni per arginare la diffusione del contagio. Una situazione che oggi si stima interessi circa tre miliardi di persone nel mondo.“Si tratta di una ricerca longitudinale condotta da Sapienza Università degli Studi di Roma (Italia) attraverso una rete internazionale cui collaborano Belgio, Francia, Svizzera, Spagna e Stati Uniti. Lo scopo della ricerca – spiega – è quello di valutare l’impatto psicologico connesso alla situazione di confinamento che sta vivendo la maggioranza della popolazione in questi mesi per individuare possibili aree d’intervento. Tale situazione, infatti, ha in sé diversi aspetti che possono innescare o peggiorare un disagio dal punto di vista psicologico. In particolare, abbiamo deciso di rivolgere la nostra attenzione alle manifestazioni che hanno a che fare con la sfera della depressione, dei vissuti d’ansia e dei livelli di stress esperiti dalla popolazione in questo momento”.“La paura del contagio, la restrizione delle libertà individuali, la riduzione delle attività piacevoli, i lutti, l’adattamento alle nuove modalità lavorative o la perdita vera e propria del lavoro sono soltanto alcune delle circostanze che mettono a rischio il benessere psicologico degli individui in questo periodo. Tra tutte queste, – spiega la psicologa della Sapienza – il nostro studio si focalizza sulle conseguenze negative legate alla situazione di isolamento, deprivazione relazionale e solitudine inevitabilmente derivata dalle misure di ‘distanziamento sociale’ adottate dal governo. Diversi studi hanno già messo in evidenza come una condizione percepita di solitudine sia deleteria dal punto di vista psicologico e richieda un potenziamento delle risorse individuali al fine di gestirne il carico emotivo”.Indagare l’impatto psicologico del Covid-19 per elaborare anche strumenti di intervento, strategie che possano aiutare concretamente le persone a gestire questa situazione emergenziale a cui nessuno di noi era preparato. “L’obiettivo dello studio, oltre a evidenziare il probabile incremento di questa sofferenza, è quello di capire quali sono gli elementi che rendono gli individui maggiormente vulnerabili, o al contrario maggiormente resilienti, rispetto alle conseguenze negative provocate da questi eventi. Questo è molto importante – sottolinea Patrizia Velotti – se vogliamo essere in grado di intervenire efficacemente. Intendiamo infatti fornire indicazioni pratiche che permettano di identificare in maniera tempestiva gli individui maggiormente vulnerabili e di rivolgere loro un aiuto concreto e efficace. Soprattutto, vogliamo essere in grado di disporre di linee guida che ci dicano quali risorse dobbiamo potenziare in questi interventi al fine di garantire, in maniera quanto più possibile tempestiva ed efficace, un aiuto alla popolazione. A questo proposito stiamo indagando il ruolo di alcuni fattori protettivi come ad esempio la capacità di fronteggiare gli stati emotivi in maniera funzionale, l’utilizzo adattivo della tecnologia per sopperire alla situazione di deprivazione relazionale, ma anche altre risorse che hanno a che fare, ad esempio, con il senso di connessione alla natura”.I risultati preliminari della ricerca sono attesi verso Pasqua, mentre le conclusioni saranno disponibili al termine della quarantena nei diversi Paesi. “I risultati – conclude Patrizia Velotti – saranno condivisi con la comunità scientifica in modo che possano contribuire a costituire i riferimenti per le linee guida dei diversi paesi. Contiamo di presentarli alle autorità sanitarie nazionali, europee ed internazionali al fine di sensibilizzare le istituzioni rispetto alla necessità di sostenere ricerche ed interventi in area psicologica. Infine, li diffonderemo in termini divulgativi presso le comunità in modo da favorire la conoscenza del fenomeno e individualmente informeremo i partecipanti interessati rispetto all’esito della ricerca”.

Fonte: askanews.it

Covid-19, teleassistenza infermieristica gratis a malati Parkinson

Fino al 12 giugno in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte

Confederazione Parkinson Italia Onlus, rete nazionale delle Associazioni delle persone con Parkinson, e Careapt – giovane start up del gruppo Zambon dedicata allo sviluppo di soluzioni digitali per la gestione delle malattie neurodegenerative – hanno dato vita ad una iniziativa congiunta per offrire sostegno alle persone con Malattia di Parkinson che vivono nelle regioni di Italia più colpite dall’emergenza coronavirus (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte), già da molti giorni costrette nelle proprie case, attraverso il programma di teleassistenza infermieristica specializzata ParkinsonCare.Fino al 12 giugno, infatti, per queste persone sarà possibile accedere a ParkinsonCare a titolo gratuito. Per ricevere assistenza – informa una nota – basterà chiamare il numero fisso 02 2107 9997 o inviare una mail a info@parkinsoncare.com. Il servizio sarà attivo ogni giorno dalle 9.00 alle 18.00 da lunedì a venerdì.Se il Covid-19 si combatte soprattutto in corsia e nei reparti di terapia intensiva, è di vitale importanza che milioni di anziani rimangano il più possibile nelle proprie case, per non alimentare la drammatica emergenza che si affronta in queste ore nei nostri ospedali. Tra questi, anche le persone con Malattia di Parkinson: 260.000 nel nostro Paese gli individui affetti da una patologia che insorge in media intorno ai 65 anni e che comporta progressiva disabilità motoria oltre a diversi altri disturbi, che spesso si accompagnano a vissuti di crescente isolamento, ansia e depressione.ParkinsonCare da un lato supporta le persone malate affiancandole nella gestione infermieristica dei sintomi e vigilando sull’aderenza alla terapia e, dall’altro, fornisce ai loro medici curanti un monitoraggio regolare delle loro condizioni cliniche e un servizio di allerta per l’attivazione degli interventi medici necessari.In ragione dell’elevato numero di persone potenzialmente interessate, il team di infermieri e neurologi di ParkinsonCare provvederà a dare priorità agli accessi in funzione del livello di urgenza e complessità dei diversi interventi, in coordinamento ove possibile con i medici curanti. A questo si aggiunge che anche neurologi e medici di medicina generale potranno selezionare tra i loro assistiti coloro che ritengono più bisognosi del servizio, segnalando l’iniziativa ai loro pazienti.


Fonte: askanews.it

Obesità, studio Eu dimostra effetti benefici dieta mediterranea

Rapporto diretto alimentazione-microbiota intestinale-salute.
Effetti benefici di un intervento nutrizionale con la Dieta Mediterranea sulla composizione e sulle funzionalità del microbioma intestinale, sul metaboloma sistemico e sui livelli di colesterolo in una popolazione sovrappeso a rischio di sviluppo di malattie cardiovascolari. Li dimostra uno studio europeo, coordinato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, in collaborazione con l’Università di Copenaghen e l’istituto francese MetaGenoPolis.La ricerca, appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Gut, evidenzia come esista un rapporto diretto tra l’alimentazione, il microbioma intestinale e la salute dell’uomo.I partner del progetto europeo DINAMIC – Diet-induced Arrangement of the gut Microbiome for Improvement of Cardiometabolic health – hanno condotto uno studio di intervento nutrizionale randomizzato controllato di 8 settimane in soggetti sovrappeso e obesi con uno stile di vita sedentario. I risultati mostrano chiaramente che un cambiamento nel comportamento alimentare, senza alcuna concomitante modifica dell’apporto energetico individuale dell’assunzione di macronutrienti e dell’attività fisica, può ridurre i livelli ematici di colesterolo, già dopo 4 settimane, in una popolazione a elevato rischio cardio-metabolico per uno scorretto stile di vita.Inoltre, una maggiore aderenza alla dieta mediterranea induce cambiamenti del microbioma intestinale e della sua funzionalità, importanti per la salute umana. In linea con gli aspetti legati alla nutrizione personalizzata, i dati mostrano che alcuni individui ospitano un microbioma intestinale che è più suscettibile ai cambiamenti indotti dalla dieta mediterranea e vanno incontro ad ulteriori vantaggi clinici come il miglioramento della sensibilità all’insulina e dello stato infiammatorio.

Fonte: Askanews.it

Distrofia muscolare, benefici da dieta arricchita da antocianine

Pigmenti rossi, blu e viola presenti in frutta, verdura e cereali.
Il gruppo guidato da Graziella Messina, insieme a Marco Cassano, Katia Petroni e Chiara Tonelli del dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano ha appena pubblicato sulla rivista “Cell Death & Disease” uno studio su un approccio di nutrigenomica nel miglioramento della patologia distrofica.Diversi studi hanno sottolineato come lo stress ossidativo e l’infiammazione siano fattori chiave che contribuiscono all’aggravarsi e alla cronicizzazione di queste patologie. E’ stato dimostrato – informa la Statale – che le antocianine assunte con la dieta hanno un ruolo preventivo nei confronti dello stress ossidativo e dell’infiammazione cronica. Le antocianine sono pigmenti rossi, blu e viola, appartenenti alla famiglia dei flavonoidi e presenti in frutta, verdura e cereali pigmentati. La cianidina è una delle antocianine più diffuse negli alimenti ed è il componente principale delle antocianine del mais rosso.In questo lavoro sono stati dimostrati i benefici nutrizionali di una dieta arricchita con cianidina quando somministrata fin dallo svezzamento nella dieta su modello animale distrofico: si sono infatti osservati una riduzione dello stato infiammatorio e un aumento della biosintesi dei mitocondri, producendo come risultato un quantificabile miglioramento muscolare sia morfologico che funzionale nei topi distrofici.Di particolare rilevanza terapeutica è l’osservazione che tale beneficio nutrizionale si ottiene anche quando la dieta viene fornita agli animali distrofici in età avanzata, quando i segni della malattia sono già seriamente presenti. “In attesa di una cura definitiva, siamo convinti – afferma Graziella Messina – che il nostro lavoro fornisca prove significative che una dieta arricchita con cianidina rallenti in modo marcato la progressione della patologia distrofica, aprendo la strada a un approccio combinato che miri a preservare il muscolo distrofico e a rallentare il decorso della patologia controllando infiammazione muscolare e stress ossidativo, facilitando così le prospettive di diversi protocolli terapeutici ancora in fase di sperimentazione”.Le Distrofie Muscolari sono patologie eterogenee sia dal punto di vista clinico che molecolare, caratterizzate da atrofia primaria del muscolo scheletrico – il tessuto responsabile della postura, della locomozione e della respirazione diaframmatica – che compromette la mobilità dei pazienti e, nei casi più severi, le funzioni respiratorie e cardiache, portando a dipendenza dalla sedia a rotelle, insufficienza respiratoria e morte prematura.Le fibre danneggiate o morte possono essere riparate o sostituite dalle Cellule Satelliti. Tuttavia, le Cellule Satelliti di pazienti distrofici, avendo lo stesso difetto genico, producono fibre che sono a loro volta soggette a degenerazione. Pertanto nelle Distrofie Muscolari la degenerazione del muscolo scheletrico è cronica, e i continui tentativi di riparo e rigenerazione da parte delle Cellule Satelliti comportano il loro progressivo esaurimento e la rovinosa sostituzione del muscolo con tessuto connettivo e adiposo.Nonostante i meccanismi molecolari alla base delle Distrofie Muscolari siano ben noti, questa classe di malattie rimane una delle più difficili da trattare e sebbene siano già stati condotti numerosi studi clinici, le Distrofie Muscolari sono ancora considerate malattie orfane.

Fonte: Askanews.it

Smartphone già a 4 anni: arriva manuale per una “rete senza rischi”

"Il mio telefono", realizzato da Parole O_stili.
All’età di 4-10 anni il 12% dei minori è già in possesso di un cellulare, percentuale che aumenta all’86,4% se si considera la fascia 11-17enni. In questo contesto si inserisce “Il mio telefono”, il primo manuale per genitori e insegnanti realizzato da Parole O_Stili, il progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole, che accompagnerà i più piccoli al loro primo approccio con lo smartphone.Le 30 pagine spiegano i 10 principi del Manifesto della comunicazione non ostile con un linguaggio semplice e immediato, alternando suggerimenti e consigli sul corretto utilizzo dello strumento e di Internet, con esercizi pratici per allenare subito la propria relazione con il mezzo: dal ruolo delle emoji, al potere virale della rete, dalle conseguenze dell’hate speech al significato di cyberbullismo, dal meccanismo delle fake news alla pericolosità dei troll.“Crediamo profondamente in questo manuale, perchè è uno strumento pratico e concreto a sostegno di genitori e insegnanti nel difficile ruolo di guidare e affiancare i più piccoli nello sviluppo delle loro competenze digitali – afferma Rosy Russo, fondatrice di Parole O_Stili -. Ricordiamo ai ragazzi che internet è un posto bellissimo, dove bisogna sapere sempre cosa fare e non fare. Per usare il telefono non servono conoscenze tecniche ma saper tenere connessi testa e cuore. Il manuale risponde a una necessità delle famiglie troppo spesso impreparate ad affrontare l’impegnativa sfida dell’educazione digitale dove virtuale è reale”.Il manuale è il risultato di un lavoro che ha coinvolto docenti, genitori, educatori, sociologi, psicologi che da anni fanno parte della community di Parole O_Stili: ognuno ha contribuito grazie alle proprie competenze.

Fonte: Askanews.it

Posture sbagliate: dolore cervicale per 6 italiani su 10

L'esperta: collo e spalle compromessi da tablet e telefonini.

Boom di dolore al collo. In Italia sono 6 persone su 10 a soffrire di cervicalgia, senza distinzione tra uomoni e donne: circa 15 milioni coloro che ricorrono alle cure mediche. Il problema, a causa di stili di vita scorretti, è in costante aumento. Tablet, telefonini, cattive posture. E la cervicale ne risente. Ne consegue dolore e difficoltà nei movimenti, con ripercussioni su colonna vertebrale, gambe e piedi.“Sempre più persone soffrono di cervicalgia con dolori spesso invalidanti nella regione del collo che provocano forti sofferenze che possono incidere sulla qualità della vita – spiega la dottoressa Florinda Valdivia Torres, fisiatra del Gruppo Sanitario Usi – la postura scorretta è la causa più comune. Passare intere giornate alla scivania o chini sul pc, trascorrere molto tempo in piedi o in macchina per lavoro, o anche eseguire esercizi fisici in palestra in modo sbagliato, può provocare contratture muscolari fino a bloccare del tutto i movimenti del collo e testa. Poi ci sono altre cause, come le patologie degenerative o da sovraccarico”.Come fare allora per prevenire problemi di cervicalgia? “Per evitare l’insorgenza di eventuali fastidi a collo e spalle – ricorda l’esperta – bisogna innanzitutto fare attenzione alla postura, quando si è seduti in ufficio, alla guida di auto o scooter, ma anche davanti agli schermi. E’ consigliabile effettuare dei movimenti della colonna cervicale per una decina di minuti al giorno, ad esempio, appena svegli, eseguendo leggeri movimenti con il collo. Evitare, soprattutto nella stagione invernale, di esporsi a fonti fredde e umide.”Secondo la Fisiatra del Gruppo Sanitario Usi “è consigliabile usare una sedia ergonomica in ufficio e un supporto lombare in auto. Controllare lo stato del proprio materasso: se vecchio è necessario cambiarlo. Procuratevi un cuscino di media altezza e mediamente duro. Controllate regolarmente il vostro peso perchè i chili di troppo gravano sulla schiena. Un’indicazione, infine, riguarda nello specifico le donne: evitate di indossare calzature troppo alte, preferendo un tacco non superiore a 5 cm per le occasioni quotidiane”.
Fonte: askanews.it

Sale operatorie sempre più “rosa”: aumentano donne chirurgo in corsia

I risultati di uno studio Anaao Giovani

Le sale operatorie si tingono di rosa? Dall’analisi comparativa di genere delle scelte delle scuole di specializzazione mediche riferite ai primi 14 scaglioni dell’anno 2017-2018 emerge la forte presenza delle donne in Chirurgia Toracica (61,7% donne contro 38,2% uomini), Chirurgia Generale (57,2% contro 42,7% ), Chirurgia Vascolare (54,8% donne e 43,5% uomini); Ginecologia (76,4% contro 20,7%).Un cambiamento di tendenza nella scelta delle donne che, per il momento, non scalfisce il primato al vertice della classifica dell’Area Medica: Neuropsichiatria Infantile (91,9% donne contro 8,0% uomini), Pediatria (73,3% e 25,6% ), Allergologia (73,1% contro 12,1%), Nefrologia (67,4% contro 31,7%), Geriatria (65,9% contro 31,3%), Medicina d’Emergenza ed Urgenza (65,6% contro 28,9%). E poi Oncologia, Endocrinologia, Radioterapia, Anatomia Patologica, Patologia Clinica, Anestesia e Rianimazione. Nell’insieme, le Scuole di Specializzazione a maggioranza femminile sono 33 pari al 67.33% del totale (49), suddivise in 17 di Area Medica, 5 di Area Chirurgica, 11 di Area dei Servizi.Questi in sintesi i risultati dello studio a cura di Maria Gabriella Coppola, medico di medicina interna e Responsabile Anaao Giovani Campania. Le scuole meno attrattive per le donne sono state: Cardiologia, Ortopedia, Urologia, Chirurgia Pediatrica, Cardiochirurgia, Chirurgia Plastica, Chirurgia maxillo-facciale, Neurochirurgia, Medicina Legale, Radiodiagnostica.In premessa – si legge nello studio – è opportuno ricordare che il numero delle donne vincitrici di contratti di formazione è di gran lunga superiore a quello degli uomini, perché cresce il numero delle donne medico anno dietro anno ed il loro sorpasso nella professione è solo una questione di tempo.Lo studio mette in luce un ulteriore fenomeno su cui riflettere vista la sua dimensione: quello dei decaduti, cioè di coloro che pur avendo vinto il concorso non hanno scelto la Scuola di specializzazione con la forte prevalenza degli uomini (33,42%) rispetto alle donne (16,14%). Le cause delle rinunce – rileva l’indagine – sono da attribuire all’insoddisfazione di non poter scegliere la tipologia di scuola preferita, al rifiuto di sedi ritenute disagiate e costose, all’indisponibilità ad effettuare scelte residuali.
Fonte: askanews.it

Labbra, seni e glutei oversize: nel 2020 si torna a “macroritocco”

L'esperto: pazienti insoddisfatti dal "mini". Trovata giusta misura

Addio look acqua e sapone e silhouette dall’effetto naturale: per il 2020 si torna a preferire il ‘ritocco’ esplosivo. Se fino a qualche tempo fa, infatti, l’ossessione del bisturi aveva ceduto il passo a piccole correzioni, meno invasive e vistose, per il nuovo anno dobbiamo aspettarci un ritorno al passato. Dunque, via libera ancora una volta a labbra carnose e decollete prosperosi, volti dalle sembianze feline e profili tutte curve.“Negli ultimi tempi stiamo registrando un’inversione di tendenza – spiega Daniele Spirito, chirurgo plastico, di Roma, e docente presso la Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Milano – dopo alcuni anni di particolare cautela nel desiderio di mettere mano chirurgicamente sul proprio viso e corpo, si sta tornando al macro ritocco. Le richieste di risultati più prorompenti aumentano e il motivo è semplice: il mini intervento alla lunga non soddisfa. Non bisogna però fare confusione – osserva ancora l’esperto – non parliamo di lineamenti stravolti o di impianti oversize, abbiamo toccato la misura giusta per una bellezza appariscente ma senza esagerare”.E allora, sul lettino del chirurgo, il filler lascia spazio al lifting, le donne scelgono zigomi alti, occhi da cerbiatta, seni extra large e labbra voluminose; gli uomini, pettorali scolpiti. “Per il ringiovanimento del viso e del collo – prosegue Spirito – è altissima la richiesta del lifting, in particolare il ‘minilifting composito’ che permette di sollevare i tessuti con un approccio mininvasivo e con un’esposizione minore ma con effetti più duraturi di un intervento tradizionale completo. Negli anni il viso tende a scendere, come sappiamo, per la forza di gravità e perché le ossa diventano più sottili; noi lo riposizioniamo verso l’alto. I rischi di complicanze sono ridotti, il recupero è più veloce e si torna più giovani di dieci anni”.“Per quanto riguarda, invece, il seno – osserva il chirurgo plastico – si sta tornando verso le taglie, terza/quarta coppa C/D, misure abbondanti ma non gigantesche. E lo stesso vale per i glutei, le donne desiderano un posteriore alto, sodo, rotondo e ben proporzionato: in questo senso l’intervento di gluteoplastica con impianti intramuscolari è una tecnica rivoluzionaria, efficace e sicura, con risultati definitivi. Più di nicchia, invece, la richiesta di ingrandire il polpaccio, in caso di gamba eccessivamente sottile. Mentre per gli uomini l’ultima tendenza riguarda i pettorali: sempre più ragazzi chiedono di sottoporsi all’innesto di protesi pettorali per avere fisici statuari senza troppi sforzi”.
Fonte: askanews.it

Malattie cardiovascolari killer: controllo colesterolo salva vita

Aperto a Roma il Congresso dei cardiologi SIC

Le malattie cardiovascolari sono responsabili di oltre quattro milioni di decessi in Europa ogni anno. Nuove evidenze hanno confermato che l’evento chiave di inizio dell’aterosclerosi è l’accumulo di colesterolo “cattivo” chiamato colesterolo LDL all’interno delle arterie. Molti studi clinici hanno recentemente dimostrato che abbassare ulteriormente il colesterolo LDL, oltre i livelli che fino a pochi anni fa si ritenevano accettabili, determina un effetto benefico con riduzione del rischio cardiovascolare. Ne discutono esperti a Roma in occasione del Congresso nazionale numero 80 della Società Italiana di Cardiologia – SIC.I pazienti a maggior rischio – spiegano gli specialisti – sono quelli con malattia aterosclerotica cardiovascolare, quelli che già hanno avuto un infarto cardiaco, i portatori di stent o chi sia stato già sottoposto ad intervento chirurgico di by-pass. Sono inoltre ad alto rischio i pazienti con diabete che abbiano già manifestato complicanze in altri organi, quelli affetti da ipercolesterolemia familiare o grave malattia renale cronica. A tutti questi pazienti è fortemente raccomandata una terapia più intensiva per abbassare i livelli di LDL. Inoltre, gli ultimi studi clinici hanno chiaramente indicato che più bassi sono i valori LDL-C raggiunti, più basso è il rischio di futuri eventi cardiovascolari. Al fine di essere in linea con questi nuovi risultati la Società Italiana di Cardiologia propone i nuovi obiettivi per quanto riguarda la riduzione del colesterolo LDL, nonché una riveduta stratificazione del rischio cardiovascolare, particolarmente rilevante per i pazienti ad alto e altissimo rischio. Nuove Linee guida che forniscono importanti novità che avranno un grande impatto su numerosi soggetti e pazienti affetti da ipercolesterolemia.“Il primo messaggio è quello di abbassare il colesterolo il più presto possibile, specialmente nei pazienti a rischio alto o molto alto – afferma Ciro Indolfi, Presidente della Società Italiana di Cardiologia – oggi abbiamo prove schiaccianti che ci derivano da studi fisiopatologici, epidemiologici, genetici e da studi di popolazione che l’aumento del colesterolo LDL è una potente causa di infarto e ictus. La riduzione del colesterolo LDL riduce il rischio indipendentemente dai livelli di base. Ciò significa che nelle persone ad alto rischio di infarto o ictus, ridurre il colesterolo LDL è efficace anche se hanno livelli di partenza inferiori alla media. Questa è la grande novità rispetto al passato”.Insomma, una certezza consolidata nella gestione clinica dell’ipercolesterolemia dice che più basso è il colesterolo, migliore è la prognosi. Chiarisce Pasquale Perrone Filardi, Presidente eletto della SIC: “Le linee guida mirano a garantire che i farmaci disponibili (statine, ezetimibe, inibitori del PCSK9) siano utilizzati nel modo più efficace possibile per abbassare i livelli nei soggetti più a rischio. Si raccomanda che tali pazienti raggiungano sia un livello target di colesterolo LDL che una riduzione relativa minima del 50% dei valori basali”.
Fonte: Askanews.it

Da carbonara a dieta del gruppo sanguigno: occhio a fake su diabete

A rischio anche le terapie

“La carbonara risolve le ipoglicemie”. “Con la dieta del gruppo sanguigno si può dire addio ai farmaci per il diabete”. “I cerotti anti-diabete della medicina cinese possono sconfiggere la malattia”. “L’insulina fa diventare ciechi e crea pure dipendenza, come una droga”. Il web e i social pullulano di notizie di pura fantasia in materia di diabete e i pazienti, a caccia di suggerimenti sull’alimentazione, informazioni per la prevenzione oppure su dispositivi medici, cause e sintomi della malattia, finiscono per incapparci spesso. Secondo le stime, i 4 milioni di diabetici italiani sono prima o poi esposti a una delle tante fake in materia: il 60% delle notizie infatti che circolano in rete è una vera e propria bufala che non ha neppure un vago fondamento scientifico, totalmente scorretta dal punto di vista medico. Contro il diabete però la prima cura è una corretta informazione: ecco perché combattere le fake news è il tema del corso di formazione per giornalisti ‘Diabete e ipoglicemia severa, come raccontarli: parole, numeri e prospettive’, organizzato con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio e il contributo non condizionante di Eli-Lilly.“Tra le fake news vi sono le abitudini alimentari, dai cibi che vengono millantati come miracolosi ritrovati anti-diabete alle diete più fantasiose per risolvere la malattia – osserva Rita Stara, Vicepresidente Diabete Italia – purtroppo in alcuni casi questi suggerimenti del tutto privi di fondamento possono esporre i pazienti a rischi concreti: tantissimi per esempio hanno seguito prima o poi un’alimentazione iperproteica, ma ai diabetici fa male perché affatica i reni e aumenta il rischio di chetoacidosi metabolica. Un conto è suggerire un’alimentazione ricca di fibre e vegetali e ispirata alla dieta mediterranea, tutt’altro è indicare come risolutive prassi dietetiche del tutto prive di riscontro scientifico, per esempio la dieta del gruppo sanguigno”.Le fake news inoltre tendono il loro agguato non solo sul versante della prevenzione e dello stile di vita, ma anche su quello delle terapie: in questo caso possono essere perfino più rischiose, come aggiunge Roberta Assaloni, Past Presidente Associazione Medici Diabetologi (AMD) Friuli Venezia Giulia: “Un esempio è il mito dilagante dei ‘prodotti naturali’ come i nutraceutici, che sono spacciati come anti-diabetici o addirittura come sostituti dell’insulina, ormone salvavita. Tante sono anche le bufale sull’ipoglicemia, una della complicanze più frequenti del trattamento farmacologico del diabete che interessa sia pazienti con diabete di tipo 1 che di tipo 2, in particolare quelli in terapia insulinica, con costi diretti in Italia di 23 milioni l’anno e 16.000 accessi al pronto soccorso. Molte fake news riguardano i possibili rimedi per evitare che la glicemia scenda troppo, come può accadere in chi è in cura con insulina o con alcuni farmaci orali. In particolare viene spesso generata confusione sul trattamento dell’ipoglicemia severa, ossia quella che richiede l’intervento di una terza persona per essere risolta e che colpisce fino all’80% di pazienti diabetici tipo 1 almeno una volta nella vita”.Tra le cause principali di ipoglicemia c’è la mancata osservanza di una dieta corretta, come saltare o ritardare il pasto oppure mangiare meno di quanto previsto, un eccesso di attività fisica o anche un errore nel calcolo della dose di insulina. “Nei bambini con diabete e nelle loro famiglie la paura dell’ipoglicemia è uno dei fattori principali nella non accettazione della malattia – interviene Riccardo Schiaffini, Dirigente Medico del U.O. di Diabetologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e coordinatore nazionale del Gruppo di Studio Diabete della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP) – l’ipoglicemia è un’evenienza molto pericolosa, perché il calo rapido degli zuccheri nel sangue determina un forte malessere con sudorazione, tremore, senso di freddo o brividi, senso di fame, batticuore, ansia, irritabilità, confusione mentale, difficoltà a parlare, vista annebbiata, capogiro o mal di testa. Se non si interviene alla svelta, in alcuni casi si può avere una perdita di coscienza (svenimento) e nei pazienti più fragili o con altre malattie l’ipoglicemia può perfino risultare fatale”.
Fonte: Askanews.it

Dall’Ospedale Bambino Gesù arriva una guida ai tumori pediatrici

Seconda causa di morte sotto 14 anni, ma oltre l'80% pazienti guarisce

Ogni anno, in Italia, i tumori colpiscono 1.400 bambini da 0 a 14 anni e circa 800 adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Sono la seconda causa di morte tra i più giovani (0-14 anni), ma grazie al progresso della ricerca e delle cure, oltre l’80% dei pazienti guarisce. Nel numero speciale di ‘A scuola di salute’, il magazine digitale a cura dell’Istituto per la Salute del Bambino Gesù, diretto da Alberto G. Ugazio, gli esperti dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede hanno riassunto le informazioni sulle patologie oncoematologiche più frequenti nei bambini e negli adolescenti, sui percorsi di cura, sul significato di alcuni esami diagnostici e sulla preparazione necessaria per eseguirli.“L’obiettivo di questa breve guida è fornire uno strumento di orientamento nel mondo dell’onco-ematologia pediatrica alle famiglie che devono improvvisamente affrontare una realtà nuova e difficile come quella che si configura dopo una diagnosi di neoplasia”, spiega il prof. Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia del Bambino Gesù. “Un periodo in cui c’è la necessità urgente di intraprendere un percorso di diagnosi e di cura che passa attraverso esami clinici e strumentali che richiedono una grande collaborazione da parte del bambino e della sua famiglia. La comunicazione trasparente con le famiglie e con i bambini e i ragazzi in cura è fondamentale nel percorso terapeutico. Le indicazioni contenute in queste pagine rappresenteranno degli spunti importanti e utili per facilitare il dialogo tra personale sanitario, famiglia e paziente e, quindi, in ultimo, per costruire l’alleanza terapeutica fondamentale in questo impegnativo percorso”.
Fonte: Askanews.it
 

Anziani, con Fido in casa cuore più in forma

Passeggiate mattina e sera, parco: glicemia e colesterolo migliorano

Una passeggiata al mattino e una alla sera, i giochi al parco, qualche gita fuori porta nel fine settimana. E così Fido diventa un’occasione di benessere e salute: chi possiede un animale domestico ha il cuore più in forma rispetto a chi non ha in casa un quattrozampe. Lo segnalano gli esperti in occasione del 64° Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), a Roma dal 27 al 30 novembre, indicando che soprattutto per gli anziani un pet può essere un vero alleato per la salute: specialmente chi ha un cane si muove di più, è più attento alla dieta ed è mediamente un po’ più in forma rispetto a chi non ha un ‘peloso’ in casa e questo può diminuire in maniera consistente il rischio di problemi cardiovascolari.“Una recente ricerca condotta su quasi duemila persone ha confermato che possedere un animale domestico è positivo per la salute, specialmente se si tratta di un cane – spiega Raffaele Antonelli Incalzi, presidente SIGG – i dati raccolti mostrano infatti che avere un pet porta a modificare in meglio il proprio stile di vita: la necessità di portare a spasso Fido, per esempio, fa sì che il 62% dei padroni faccia una quantità ottimale di attività fisica giornaliera, un altro 29% un movimento comunque sufficiente: chi non ha un cane si muove quanto dovrebbe nel 47% dei casi, arriva a una quantità di moto appena sufficiente nel 35%. Anche l’attenzione all’alimentazione è maggiore in chi deve prendersi cura di un pet: la dieta è ideale o comunque buona nel 91% dei proprietari di un quattrozampe, ma solo nell’83% di chi non ne ha uno. Questo miglioramento dello stile di vita si ripercuote su parametri come la glicemia, sensibilmente migliore nell’84% di chi ha un cagnolino contro l’80% di chi non ne ha uno, oppure i livelli di colesterolo, ottimali nel 45% di chi ha un cane e solo nel 40% di chi non ne ha”. Soltanto il fumo sembra più frequente fra i padroni di Fido, amanti della sigaretta nel 27% dei casi contro il 22%; nonostante questo, tuttavia, i dati mostrano che in generale gli elementi di rischio cardiovascolare sono meno presenti nei proprietari di animali domestici, che in media per esempio hanno un girovita inferiore e sono meno spesso ipertesi. Tenendo conto dei sette parametri per la valutazione del rischio cardiovascolare complessivo indicati dall’American Heart Association, ovvero livello di attività fisica, fumo, alimentazione, indice di massa corporea, pressione arteriosa, colesterolo e glicemia, chi possiede un cane ha perciò un ‘punteggio’ migliore rispetto a chi ha un altro tipo di animale domestico o non ne ha affatto.“I cani hanno bisogno di essere portati spesso a passeggiare, per questo sicuramente incidono in maniera positiva con lo stile di vita. I dati confermano peraltro ricerche precedenti secondo cui l’interazione con un cane riduce la pressione negli anziani – osserva Antonelli Incalzi -. Non bisogna poi sottovalutare il benessere psicologico regalato dagli amici pelosi: gli anziani soli possono trovare in un fedele compagno di vita una ragione per uscire di casa ma anche un vero amico, trovando così un senso alle proprie giornate e un antidoto alla solitudine. Gli studi mostrano che gli over 65 che possiedono un cane o anche un gatto soffrono meno di isolamento sociale, hanno minori sintomi di depressione, ansia e deficit cognitivi ma pure un benessere psicologico maggiore e una significativa resilienza di fronte a eventuali disturbi neuropsicologici: un pet è infatti uno stimolo continuo anche per la mente e, se l’anziano è in grado di prendersene cura, ha certamente il potenziale per migliorare il benessere e la salute fisica e mentale del suo padrone”.
Fonte: Askanews.it

Tumore stomaco, pazienti in difficoltà senza rimborso per integratori

Sensori glicemia gratis solo in Emilia Romagna

Grandi difficoltà per i pazienti senza stomaco a causa di un tumore e grande attesa per gli esiti del voto su un emendamento alla Legge di Bilancio che prevede un rimborso di 11 milioni per i supporti nutrizionali. A lanciare il grido di allarme è l’Associazione Vivere senza stomaco si può ODV in occasione del 4° Convegno Nazionale sul tumore gastrico I diritti del paziente con tumore gastrico, in corso a Roma.I pazienti chiedono omogeneità ed equità di accesso alle cure e soprattutto che sia accolto l’emendamento alla Legge di Bilancio presentato dalla Senatrice Paola Boldrini, perché in tutta Italia siano rimborsati integratori indispensabili per chi è costretto a vivere senza lo stomaco. Altrettanto indispensabile che siano stabiliti Piani Diagnostico Terapeutici Assistenziali strutturati per i pazienti con tumore gastrico, a oggi presenti in pochissimi ospedali e Regioni. Inoltre solo in Emilia Romagna i malati potranno accedere ai sensori per il monitoraggio della glicemia, necessari perché i livelli sono molto variabiliVenti Regioni, venti destini diversi per i circa 80 mila pazienti che non hanno più lo stomaco per colpa di un tumore gastrico: la possibilità di accesso agli alimenti ai fini speciali spesso indispensabili per questi malati, cambia da una Regione all’altra. Rari gli esempi di Regioni che abbiano pensato a percorsi o iniziative specifiche per l’assistenza dei pazienti. L’Emilia Romagna, per esempio, è l’unica dove è prevista l’erogazione di sensori per il monitoraggio della glicemia ai pazienti senza stomaco: un presidio necessario, perché la glicemia nell’arco della giornata ha sbalzi spesso molto consistenti che possono portare a crisi ipoglicemiche gravi. Così l’Associazione Vivere senza stomaco si può Onlus, chiede che si guardi agli esempi regionali virtuosi e soprattutto che sia accolto l’emendamento alla Legge di Bilancio della Senatrice Paola Boldrini, che prevede un rimborso di 11 milioni per supporti nutrizionali.“Gli integratori rappresentano un presidio fondamentale per la nutrizione delle persone che hanno subito una gastrectomia perché in grado di consentire un equilibrato e corretto apporto di nutrienti anche in assenza totale o parziale dello stomaco. Tuttavia vi è ancora un trattamento differenziato da Regione a Regione che di fatto discrimina i pazienti a parità di condizione. Secondo una stima dell’Associazione Italiana Registro Tumori, sono oltre 3.000 i pazienti esclusi dalla rimborsabilità degli integratori su territorio nazionale – spiega Claudia Santangelo, presidente della Onlus – la nostra Associazione lancia perciò un appello per chiedere che le differenze regionali vengano superate per garantire a tutti i malati omogeneità ed equità di accesso alle cure e soprattutto il diritto a una nutrizione controllata dopo la chirurgia. Per questo l’approvazione dell’emendamento presentato dalla Senatrice Paola Boldrini costituirebbe per noi una vera rivoluzione” aggiunge Santangelo.L’emendamento prevede infatti la rimborsabilità dei supporti nutrizionali di qualsiasi tipo per i pazienti con tumore allo stomaco che abbiano avuto una resezione gastrica, in tutte le Regioni e non a discrezione delle amministrazioni locali come avviene adesso. “Nel nostro Paese è sempre più difficile applicare in maniera uniforme uno dei diritti fondanti della nostra Costituzione, il diritto alla salute – interviene la Senatrice Paola Boldrini – nel caso dei pazienti con tumore gastrico è ancora più evidente, sia perché non se ne parla abbastanza sia perché c’è poca attenzione al loro stato nutrizionale nel corso delle terapie oncologiche. L’alimentazione nel paziente con patologie oncologiche dell’apparato digerente è fondamentale per una migliore qualità di vita e per una maggiore aderenza alle terapie: per questo ho ritenuto opportuno portare avanti una battaglia, in sede di sessione di bilancio, che permetta la rimborsabilità dei supporti nutrizionali per i pazienti oncologici senza stomaco in tutte le Regioni. Oggi queste persone ricevono un trattamento differenziato da Regione a Regione, di conseguenza a parità di condizione non tutti i cittadini hanno pari diritti. La condizione ideale sarebbe il riconoscimento anche nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ma in attesa di centrare questo obiettivo è mio dovere lavorare affinché i supporti nutrizionali, vitali in alcuni casi, siano rimborsati in tutto il Paese”.
Fonte: Askanews.it

Dal Congresso Soi vademecum per non sbagliare con le lenti a contatto

Attenzione all'igiene prima di tutto. No al pisolino senza toglierle

Acquistate le lenti a contatto, il paziente dovrà gestirle autonomamente. Il primo obiettivo per lui sarà quello di imparare ad applicarle e a rimuoverle senza esitazioni, per esempio nel caso in cui diano fastidio o sia presente un corpo estraneo nell’occhio. “Per maneggiare le lenti e tutto ciò che riguarda la loro conservazione – avverte Pasquale Troiano, Direttore Unità Operativa Complessa di Oculistica – Ospedale Fatebenefratelli di Erba e Consigliere SOI – come i flaconi per la manutenzione e i contenitori, è assolutamente necessario avere le mani pulite. Immediatamente prima, occorre quindi lavare e asciugare accuratamente le mani. Raccomandare il lavaggio delle mani può essere quasi scontato, mentre raccomandare l’asciugatura lo è certamente meno: pochi ci pensano, ma l’acqua che può rimanere sulle dita dopo il lavaggio, non è sterile!!! La soluzione migliore è quindi utilizzare tovagliette usa e getta in carta, evitando gli asciugamani e anche i getti d’aria che possono essere contaminati da una notevole carica batterica”.“Altre raccomandazioni fondamentali per la salute dell’occhio – prosegue – riguardano la gestione delle lenti monouso, pensate per essere indossate la mattina e tolte la sera. Una volta rimosse, le lenti monouso non sono più utilizzabili e vanno pertanto buttate, perché le loro caratteristiche costruttive non ne permettono una corretta manutenzione senza un conseguente danneggiamento. Occorre ricordare anche una semplice norma per garantire alla superficie oculare una corretta ossigenazione: bisogna applicare le lenti a contatto il più tardi possibile dopo il risveglio e rimuoverle il prima possibile prima di dormire. Il motivo per cui, dopo pochi minuti di applicazione, la presenza della lente non si avverte più è che essa riduce così tanto la concentrazione di ossigeno a livello della superficie oculare che le terminazioni nervose della cornea smettono di funzionare. Una mancanza di ossigenazione simile si riproduce quando la palpebra è abbassata, anche se una minima concentrazione di ossigeno sulla superficie oculare è garantita dai vasi sanguigni della palpebra superiore. È quindi fortemente consigliabile lasciare qualche ora gli occhi senza lenti durante la veglia, evitando così una condizione di ipossia cronica della superficie oculare che può condurre a una serie di problematiche anche abbastanza rilevanti sul piano clinico. Pericolosissimo è il pisolino con le lenti a contatto applicate; prima di dormire anche se per poco tempo è assolutamente necessario rimuovere le lenti a contatto.Infine – conclude il professore – una norma che può sembrare di buon senso, ma che viene spesso disattesa: quando si avverte un qualsiasi disturbo agli occhi, bisogna evitare d’indossare le lenti. È esperienza comune per gli oculisti visitare pazienti che si presentano in ambulatorio con gli occhi in pessimo stato ma con le lenti indossate”.
Fonte: Askanews.it

Protesi facciali o filler? Risposta può nascondere insidie

Protesi per giovinezza duratura, filler per bellezza momentanea

Sempre più persone cedono al ritocco ma quando si tratta del viso la domanda è sempre la stessa: protesi facciali o punturine? La risposta può nascondere insidie e prima di sottoporsi a trattamenti o interventi per ripristinare i volumi del volto è bene tenere a mente alcune indicazioni.“Esiste un’enorme differenza tra filler e impianti: i filler donano bellezza mentre gli impianti facciali restituiscono giovinezza. Cosa ancora più importante, il filler agisce sui tessuti molli, con un’azione temporanea e comporta rischi nella ripetizione delle punture oltre quelle, spesso minimizzate di reazioni avverse per accidentale coinvolgimento della sostanza in un vaso sanguigno. Le protesi, invece, vero che trattasi di intervento chirurgico ma ricostruiscono l’inevitabile assorbimento osseo rendendo il volto più giovane di dieci anni per tutta la vita”, ha spiegato Daniele Spirito, chirurgo plastico, di Roma, e docente presso la Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Milano, che ha trattato l’argomento al IX Corso Apira Medical di chirurgia Plastica e Medicina estetica, che si è tenuto a Napoli.Dunque per correggere la convessità temporale, ripristinare zigomi, correggere le borse sotto gli occhi o avere una mascella più pronunciata, perfino aumentare il labbro qual è la scelta più indicata? “Spesso le persone preferiscono il filler perché è un trattamento rapido e poco costoso; l’impianto, invece, è un intervento chirurgico, seppure eseguito in day hospital e anestesia locale – prosegue l’esperto – .Bisogna sottolineare che l’effetto del filler dopo sei mesi svanisce, dona quindi una bellezza effimera delle parti molli. Man mano che l’età avanza il viso si assottiglia, l’osso si assorbe, quindi gli impianti possono garantire un risultato migliore: protesi temporali, mandibolari, zigomatiche, sottorbitali hanno l’effetto di ripristinare l’osso con uno spessore di pochi millimetri di silicone duro regalando dieci anni di giovinezza”.“Sottoporsi a un intervento chirurgico, per quanto sia più invasivo di una punturina, ha infatti dei vantaggi – osserva ancora il professore – il risultato è durevole nel tempo perché la protesi non si riassorbe e una volta raggiunti i 60 anni facilmente se ne dimostrano 40-45. Utilizzando il filler, invece, per prolungare il risultato è necessario intervenire più volte nel corso del tempo e nella ripetizione si può andare incontro a problemi tardivi insiti nella ripetizione periodica. I filler che durano tanto inoltre, anche un anno, rischiano dunque di portare reazioni avverse e, quando si tratta di iniettare grossi quantitativi, i rischi aumentano”.
Fonte: Askanews.it

Ricerca: zafferano frena grave malattia degenerativa della vista

Su "Nutrients" studio Fondazione Gemelli e Università Cattolica

Uno studio clinico senza precedenti condotto da esperti della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Università Cattolica, campus di Roma mostra l’efficacia dello zafferano, per la prima volta su pazienti, come cura per una grave malattia degenerativa della vista, la sindrome di Stargardt, una rara malattia genetica. Il trattamento è semplice e senza effetti collaterali. È quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista “Nutrients” e coordinato da Benedetto Falsini, professore associato dell’Istituto di Oftalmologia all’Università Cattolica e specialista presso l’UOC di Oculistica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, insieme a Silvia Bisti dell’Università degli Studi dell’Aquila. “Tutto è nato dagli studi della collega Bisti tanti anni fa – afferma Falsini – con la quale collaboro da anni e a cui sarò sempre molto grato”.La malattia di Stargardt è una degenerazione ereditaria della ‘macula’, il centro della retina. I sintomi consistono soprattutto nella riduzione della visione centrale (quella che consente di riconoscere i visi, leggere, guidare etc), che inizia durante l’adolescenza o, comunque, in giovane età (prima e seconda decade di vita). Inoltre, i pazienti possono lamentare disturbi nella percezione dei colori (discromatopsia), macchie nere nel campo visivo (scotomi centrali) e intolleranza alla luce (fotofobia). La malattia è causata da ‘errori’ (mutazioni) del gene chiamato ABCA4, il cui malfunzionamento provoca disfunzione e perdita delle cellule retiniche (i cosiddetti fotorecettori coni e bastoncelli). La malattia compare quando l’individuo ha entrambe le copie del gene con le mutazioni. La progressione della malattia è legata a fenomeni neuroinfiammatori indotti dal crescente stress ossidativo (i radicali liberi).In questo trial clinico, il primo in assoluto, sono stati coinvolti 31 pazienti con Stargardt trattati con 20 milligrammi al giorno di zafferano (Repron, brevetto internazionale) in compresse. I pazienti hanno assunto lo zafferano per sei mesi e poi una sostanza placebo per i successivi sei. La funzione visiva si è mantenuta stabile durante i sei mesi di trattamento mentre tendeva a deteriorarsi durante l’assunzione del placebo.
Fonte: Askanews.it

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